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La giustizia e il caso: due colpi duri a Riina il 19 luglio

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di MARCO SPAGNUOLO

A volte accadono coincidenze che appaiono come giustizia – alcuni lo chiamano karma, altri ancora giudizio divino.

 

 

Fatto sta che queste coincidenze fanno bene, perché sollevano il morale di chi si batte per la giustizia e viene lasciato solo, o viene fatto morire. È il caso di Borsellino e di Riina. Proprio nella data della sua uccisione, avvenuta con l’attentato di Via D’Amelio. A venticinque anni di distanza, esattamente in questo giorno, il 19 di luglio, vengono sequestrati beni per un totale di un milione e mezzo ai famigliari di Riina e, sempre lo stesso giorno, vengono negati a quest’ultimo gli arresti domiciliari.

Partendo dalla notizia riguardante direttamente il “capo dei capi” di Cosa Nostra. Il tribunale di sorveglianza di Bologna ha dato responso negativo alla richiesta di differimento di pena – ossia, la richiesta avanzata da legali e parenti del boss affinché venga trasferito dal regime carcerario in cui si trova agli arresti domiciliari. Resta al 41 bis, dunque, Riina. Nell’ordinanza, a motivo del rifiuto della richiesta, sono presenti anche le due frasi incriminate non tanto tempo fa, e dette in carcere: “io non mi pento… a me non mi piegheranno” e “io non voglio chiedere niente a nessuno… mi posso fare anche tremila anni no trent’anni”. Nessun pentimento o segno di tacito accordo da parte di Totò, con l’arroganza di chi è riuscito a ridere parlando del suo omicidio di un bambino sciolto nell’acido.

Inoltre, al respingimento della richiesta di trasferimento ai domiciliari di Riina, si è unito un maxi sequestro di beni e immobili di proprietà dei famigliari del boss. Un ammontare di 1,5 milioni di euro tra tre società, la maxi villa di Mazara del Vallo (dove ha passato la sua latitanza), numerosi terreni e ben trentotto rapporti bancari. Pur essendo in carcere Riina, ed essendo ormai cinque anni di duri arresti e sequestri in serie, il clan si è mostrato ancora forte economicamente e sul lato organizzativo – “il potere di un boss di Cosa Nostra si esaurisce solo con la morte” ha esclamato il comandante dei ROS, Governale. Nel tutto, una delle beffe è stata che la moglie, Ninetta Bagarella, oltre a non fornire spiegazioni del perché una nullatenente stacchi assegni da quarantamila euro, ha anche avviato una battaglia interna alla famiglia per accaparrarsi la villa della latitanza del marito, “per darla ai figli”.

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