Il SudEst

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Jun 21st
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Mammina cara

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di LAURA FANO

Qualche giorno fa, in attesa del consuetudinario caffè mattutino inizasse a borbottare nella vecchia caffettiera,

 

incuriosita dal mio gatto intento ad ascoltare l’appassionato e vivace cinguettio proveniente dal cortile, mi sono affacciata alla finestra.

A terra c’era un uccellino, piccolo piccolo, di quelli che gli esperti chiamano nidiacei o pulli che parlottava come un forsennato. In un primo momento ho pensato che il piccolo pennuto fosse caduto dal nido e, animata di nobili intenzioni ero già pronta a soccorrerlo.

Poi ho visto la sua mamma scendere dal tetto e andargli incontro per aiutarlo, e forse sgridarlo. Molti uccelli, infatti, abbandonano spontaneamente il nido quando ancora non hanno perfezionato la tecnica di volo, questo però non significa che siano in balia di se stessi. I genitori continuano a vegliare sui pulcini e ad alimentarli.

Allora, sono stata lì a guardare, come incantata, quel pulcino e la sua mamma, che correva su e giù per proteggere il suo piccolo, per imbeccarlo con le briciole di pane cadute nel cortile, che lo coccolava e lo spronava a seguirla, a spiccare piccoli voli, sempre più audaci.

Quanto tenerezza in questa piccola parentesi della mia giornata convulsa.

Poi, pronto il caffè, intenta a consumare la mia colazione, ho acceso la televisione come ogni mattina. Tra le tante notizie tutte abbastanza deprimenti, quella dell’ennesima mamma violenta che cozzava certamente con quella di mamma uccello.

Perché picchiare un pulcino?

I legami che aiutano a crescere sono quelli affettivi ed è l’affettività che racchiude tutto il mondo dei sentimenti e riguarda proprio la capacità che una persona ha di stabilire i legami con un’altra, in questo caso la madre con il proprio figlio, e viceversa. Il legame è un qualcosa che si scambia, non è a una direzione sola: la madre trasferisce affetto al figlio che se ne sente attratto e lo ricambia e viceversa. Questa è una condizione prioritaria, un legame che precede anche i contenuti. Perché gli affetti e i sentimenti sono già di per sé dei messaggi molto ricchi. Servono a dare sicurezza, a vincere la paura e questa è anche una condizione indispensabile per poter apprendere.

C’è un film che ho visto da bambina, Mammina cara, che, con il passare degli anni, ha acquistato lo status di film di culto. È un film biografico, un’opera volutamente sopra le righe dal punto di vista della rappresentazione e della recitazione. Il ritratto di Joan Crawford è radicale e assolutamente negativo. La struttura narrativa è un crescendo di angherie, torture fisiche e psicologiche che la diva del cinema infligge ai suoi figli adottivi e il personaggio è dipinto in modo tale da divenire caricaturale, da perdere qualsiasi verosimiglianza. Il film è, soprattutto, la storia di uno sguardo, quello di Christina verso sua madre (autrice, tra l’altro, del libro da cui è tratto il film).

È uno sguardo ovviamente unilaterale quello che viene offerto: fatto di frammenti di un’esistenza, in cui al declino dell’immagine mitica della diva adorata dalla folla, si contrappone la nascita della figura terrificante e sadica di una madre che sfoga le proprie frustrazioni e le proprie ossessioni sulla figlia adottiva.

Alcune sequenze del film sono divenute famose: quando Joan taglia ferocemente i capelli alla piccola Christina o quando la picchia con la gruccia di ferro e la costringe a ripulire il bagno in piena notte o, ancora, quando prova a strangolarla perché l’ha contraddetta di fronte ad un giornalista.

La figlia della diva diventa la principale valvola di sfogo dell’attrice, l’occasione per liberarsi di tutte le proprie tensioni e perversioni. Anche per questo la bambina viene punita così duramente ad ogni sia pur timido tentativo di ribellione: la sua esistenza dipende totalmente dalla volontà della madre-padrona, ogni espressione di una propria volontà, di un proprio desiderio autonomo da quelli di Joan viene soffocato sul nascere. Ogni punizione di Joan è infatti avvilente, ha come scopo quello di annullare la personalità di Christina: il taglio di capelli che la bambina deve subire è ovviamente umiliante, così come l’essere costretta a pulire il bagno dopo che Joan, come una furia, ha quasi distrutto la stanza.

Le cronache sono piene di mamme che arrivano a uccidere i figli dopo averli sottoposti a una lunga serie di umiliazioni e maltrattamenti. Donne frustrate e rese violente da questa nostra società, che se la prendono con i più deboli, con bambini incapaci di difendersi e ribellarsi. Sono donne che fanno pagare ai loro figli i loro problemi personali, le loro frustrazioni, gli insuccessi sentimentali o professionali e vedono nel bambino la causa di tutta la loro infelicità e rabbia: picchiando e uccidendo i loro bambini, picchiano e uccidono anche loro stesse.

La violenza domina il nostro tempo. Violenza vuol dire distruzione e fin troppo spesso invoca e ottiene la morte, seminando ferocia e bestialità senza spiegazione. L’uomo ne è l’artefice, lo stesso misterioso animale dotato di mani che sanno accarezzare ma anche strozzare. Oggi la bellezza sembra relazionarsi al gusto dell’orrido, al violento, alla distruzione ma ciò che colpisce di più è la banalità del male. Migliaia di persone che uccidono, deturpano corpi senza un’apparente ragione plausibile o peggio senza alcuna ragione.

Sebbene per fortuna ne esistano sempre meno, ci sono ancora genitori che infliggono punizioni fisiche ai figli affinché obbediscano. Questo ha portato alla morte di bambini per mano dei genitori che presi dalla rabbia scaricano la loro forza fisica sulla persona o sulle persone che avrebbero la responsabilità di proteggere: i figli.

Forse dovremmo soffermarci più spesso ad ascoltare un cinguettio. L’animale uomo ha ancora molto da imparare dalla natura, lì i fiori non si preoccupano di competere fra loro, semplicemente fioriscono e la maternità da quelle parti  sembra essere ancora un mestiere serio.