Il SudEst

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Pimonte: stupro e infamia

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di LUIGINA FAVALE

Pimonte, paese tra Napoli e Castellamare, estate2016, una ragazzina quindicenne convinta dal proprio fidanzatino coestaneo,

 

sale con lui sulla collina dove si trovano ancora le capanne realizzate per la rappresentazione del presepe vivente del Natale precedente.

Luogo quasi sacro visto lo scenario che rappresenta, ma che viene profanato dallo stupro ai danni della ragazza da parte del fidanzato e di 11 suoi amici coetanei.

La violenza viene filmata e reiterata poiché il branco è sicuro del silenzio della ragazza minacciata dalla diffusione in rete del video di sesso che il proprio ragazzo ha girato a sua insaputa.
Ma la ragazza si arma di coraggio e denuncia.

Brava, bravissima, ammirevole ragazza capace di difendere se stessa.

I ragazzi vengono presi e portati nel carcere minorile.

Lei comincia a collaborare con l'associazione di volontariato nel suo paese, con la sua parrocchia per cercare di elaborare il proprio dolore.

A distanza di un anno, la notizia torna alla ribalta, la tv ne amplifica l'eco: tre dei colpevoli tornano a casa nello stesso paese che li ha visti protagonisti del loro stesso reato.

Lei e la sua famiglia fanno la valigia e partono per la Germania allontanandosi dal paese che si è chiuso in casa propria, che ha etichettato la vittima come la svergognata che se l'è cercata la sua sorte.
Non conta dove siamo... da Nord a Sud lo scenario è il medesimo, la vittima costretta a vergognarsi. La gente che la guarda dalle proprie finestre, gli altri che non sono capaci di stringersi vicino a chi subisce.
Casi a centinaia dalle Alpi a Santa Maria di Leuca.

È molto più facile stare in silenzio e non accettare la vittima, soprattutto se parla. Perché denunciare vuol dire creare una rottura, vuol dire portare una cesura tra quello che si deve e si può dire e quello che è vergogna.

Ma qui la vergogna è di chi abbassa lo sguardo e si rende complice col proprio atteggiamento della sofferenza altrui. Credo fortemente che guardare che faccia ha il dolore non faccia bene a nessuno e questo ci porta spesso come essere umani a condannare chi è più debole perché temiamo di sapere che odore ha la sofferenza.

Ma a volte il nostro ruolo nella società ci impone di farlo, di guardare, di scoprire, di vedere, di proteggere chi ne ha diritto.

Un primo cittadino, non può presentarsi ai microfoni di una trasmissione televisiva e far passare un evento, come questo dello stupro, nel paese che rappresenta come una" bambinata".
Il suo dovere di cittadino gli impone di condannare con parole dure simili fatti, anzi reati.
Il dovere come primo cittadino, poi come ex docente, del signor Michele Palummo, sindaco di Pimonte è quello di dire al momento di una intervista che il paese è sgomento, che prova sofferenza ed empatia per la ragazza vittima della violenza sessuale e per la sua famiglia, che si attiverà per fare in modo che dal proprio paese possano nascere iniziative a favore di tutte le vittime di stupro, che offrirà garanzie di una vita serena a questa ragazza e che si opporrà alla sua partenza per la Germania.
Questo deve fare un primo cittadino . Poi insieme alle famiglie, alla scuola, alla parrocchia, alle associazioni occuparsi dei colpevoli affinché possano essere rieducati ed integrati gradualmente nel proprio contesto natio.

Un primo cittadino che solo dopo le contestazioni prova a scusarsi per quello che ha detto deve fare esame delle proprie parole e fare ammenda attraverso opere capaci di smuovere le coscienze di chi pensa che una persona violata nella propria dignità quando denuncia gli abusi subiti stia sbagliando. Le autorità tutte devono farsi portavoce di una educazione all'affettività prima, e, alla cultura della denuncia della verità come atto di lealtà verso se stessi poi. È un dovere di essere umani, di rappresentanti dello Stato e di padri di famiglia.