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L'isola di Capri: storia, mito e natura

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di LAURA FANO

Malìa, incanto, sogno, meraviglia...

 

 

Pochi altri posti al mondo possono vantare una così ricca serie di termini evocativi come quelli che ricorrono nelle descrizioni dell’isola di Capri.

Evidentemente gli antichi non potevano credere alla matrice terrestre di una seduzione così forte: il mito delle sirene - che si narra risiedessero a Capri - la dice lunga sulle suggestioni legate a quest’isola.

 

 

In effetti, c’è qualcosa di inspiegabilmente avvolgente nei colori del suo mare, nel fascino antico delle sue rovine pigramente distese al sole che si glorificano al contatto con l’aria carica di profumi e di essenze del tempo che fu.
C’è qualcosa di sublime nei sentieri stretti tra la terra e il mare, c’è qualcosa di seducente nelle parole di quanti l’hanno conosciuta, cantata, amata, eletta a patria dove vivere o morire.

Con lo yacht Christina Jackie frequentava Capri, dove amava passeggiare per le strette vie senza bodyguard, in mezzo alla gente comune: adorava fare shopping, comperare sandali capresi, entrare nelle deliziose e piccole boutique; amava soprattutto camminare, d’estate anche scalza, ed intrattenersi con la gente semplice; le piaceva bere un caffè con panna o un aperitivo, seduta nella famosa Piazzetta dell’isola, andare in trattoria e gustare una semplice insalata caprese, fermarsi ai chioschi a bere una spremuta di limone. A Capri poteva dimenticare la vita austera e formale che conduceva a New York dove era continuamente osservata, e sentirsi veramente libera, viva, felice. Non è raro vedere ancora, tra le affollate vie del centro, turisti camminare scalzi, quasi a percepire in modo totale la sensazione di libertà e bellezza dell’isola.

Capri ha ospitato  personaggi eccentrici, attori, artisti, aristocratici e principesse. Tutti erano attratti da quell'isolotto un po' verde e un po' azzurro. L'isola è stata ricovero felice per scrittori, politici e artisti: in Piazzetta sedeva Alessandro "Dado" Maria Galeazzo Ruspoli, signore della movida caprese, che girava per via Camerelle con abiti sgargianti e un corvo appollaiato sulla spalla. Al Quisisana sorseggiava un caffè Edda Ciano, figlia del duce. E magari, al tavolo accanto era seduto un indifferente Pietro Badoglio o un eccentrico Malaparte. Per strada, chiacchieravano nervosamente Alberto Moravia e sua moglie Elsa Morante, mentre in rada era ancorato il panfilo "Cristina" di Onassis, con a bordo un 84 enne Winston Churchill. Raffaele La Capria ricorda come suo fratello Pelos, spesso si avvicinasse tronfio al tavolino in Piazzetta occupato da Lucky Luciano, salutandolo gridando un "Taratatà!" che emulava lo sparo di una mitragliatrice. Poco più in là al belvedere della Funicolare, spesso s'incontrava la splendida Grace Kelly assieme a suo marito Ranieri III di Monaco. Insieme passeggiavano verso il Quisisana dove, fuori al bar, si esibiva spesso un tale Hans Spiegel, detto Gratìs, che cercava di estorcere dai clienti un cappuccino o una piccola mancia con le sue coreografie di danze ammalianti. A Capri, l'isola della tolleranza, c'era posto per tutti.


Capri affascina personaggi illustri e meno illustri da migliaia di anni, quando la natura non era difficile da trovare; è un mito che resiste nel tempo. Il merito è di quell’aura di “deliziosa quiete”, tanto osannata da Dickens, della sua vita mondana e dei suoi ospiti famosi che prendono l’aperitivo in Piazzetta o che sono alla ricerca di una riservatezza di stampo nobiliare.

E in una Capri di aliscafi superaffollati e di barche stracolme dirette alla Grotta Azzur­ra, fra gruppi di turisti sbarcati per il tradizionale, frettoloso giro tra bouti­que e negozi di souvenir una buona idea è quella di defilarsi per andare alla ricerca di itinerari meno corrivi.

Tra questi c’è sicuramente Villa Malaparte, inaccessibile ai curiosi. Vista dall'alto, è un parallelepipedo color rosso pompeiano che emerge dalla roccia aspra di Capo Massullo, ribattezzato, per la rabbia dei capresi, dallo stesso scrittore Capo Malaparte, puntellata dal verde degli alberi, più in basso della passeggiata del Pizzolungo. Sotto c'è soltanto il mare brillante che cambia gradazione di blu vicino alle rocce.

La villa è un’icona dell’architettura razionalista italiana realizzata dallo stesso scrittore, intellettuale, giornalista e poeta che per anni visse proprio in questa sua magnifica dimora arroccata sulle scogliere di Capri. Il fascino di Villa Malaparte colpì anche il regista Jean-Luc Godard che girò la seconda parte del suo film Il Disprezzo - tratto da un romanzo di Moravia - interamente tra le pareti della villa, con una bellissima e giovanissima Brigitte Bardot che si aggira tra le stanze della casa o prende il sole nuda sulla terrazza a strapiombo sul mare.

"Il giorno che io mi sono messo a costruire una casa non credevo che avrei disegnato un ritratto di me stesso": queste le esatte parole che Curzio Malaparte ha usato per descrivere la sua casa, l'essenza in pietra della sua personalità: “ triste, dura e severa”. A chi gli domandava se il progetto fosse suo rispondeva:” No, io ho disegnato il panorama”.

Difficile da raggiungere e purtroppo chiusa al pubblico, la casa di Curzio Malaparte - "casa come me" - come lui stesso amava definirla, è uno dei luoghi più affascinanti e misteriosi di Capri.

E' eclettica e spigolosa proprio come lo scrittore che in vita e in morte ha sempre fatto parlare di sé: al matrimonio voleva essere la sposa, al funerale il morto. Basterebbe questa definizione di Longanesi per riassumere la complessa personalità di Kurt Erich Suckert, divenuto poi Curzio Malaparte. Autore dei romanzi La pelle e Kaputt, garibaldino, volontario della Grande Guerra, diplomatico in Polonia, fondatore di giornali, fervente fascista, antifascista, capitano degli alpini. Malaparte amico di Togliatti, anticomunista, costruì da solo la propria leggenda.

C’è, dunque, un volto meno glamour di questa piccola isola, ricco di storia, di cultura e natura.

Spicchi di mare che fanno capolino inaspettatamente, panorami che ti lasciano senza respiro, spiagge incastonate tra le rocce. Anche vicoli e vicoletti sorprendono con il profumo dei fiori, i pergolati che s’intravedono dai cancelli e i numeri civici maiolicati accompagnati da massime di vita.

Vi fece Augusto frequenti e beati soggiorni estivi fin quasi alla vigilia della sua morte; ne fece Tiberio una vera e propria residenza imperiale per oltre un decennio e non la lasciò che per morire vicino, a Miseno. E se Augusto amò Capri di sereno amore, Tiberio ne fu, vecchio e misantropo, splendido e geloso amante, e intorno a quel suo amore cupo e a quella sua amara voluttà d’esilio e di solitudine è sorto il mito di Tiberio, la leggenda che anima ancora di fosca luce le deserte rovine dei palazzi e delle ville romane di Capri.

Mitico sembra il numero delle dodici ville che Tiberio, a detta di Tacito, avrebbe costruito a Capri, pari al numero delle dodici divinità dell’Olimpo, con ad ogni nume la sua sede e l’imperatore in funzione di ospite e di sacerdote d’ognuna di quelle divine magioni, sicché pare fosse quasi sacro il peregrinare dalla villa di Giove a quella di Mercurio, dalla villa di Diana a quella di Venere.

Fra quel terrestre zodiaco di ville, tre almeno eccellono per vera e propria grandiosità di strutture e vastità di superficie: quella che, sotto il nome olimpico di Villa Jovis, corona il vertice del promontorio orientale dell’isola, arce, cittadella e capitolio, dove Giove e il suo pontefice in terra, Tiberio, potevano circondarsi di corrusco, minaccioso o rasserenante fulgore. L’Imperatore di Capri, non Totò ma Tiberio, ospitò a Villa Jovis l’astrologo Trasillo, che aveva conosciuto a Rodi, e fece realizzare un locale destinato all’osservazione astronomica. La seconda villa è situata sull’opposto promontorio dell’isola, là dove l’altopiano d’Anacapri, digradando in terrazze di olivi e carrubi, si rispiana e si rassoda nel pianoro di Damecuta, prima di balzare vertiginosamente nel segreto gorgo della Grotta Azzurra; la terza, infine, distesa pianamente lungo il litorale alla brezza del maestrale, tra una selva di lecci, che ha il nome sonante di Palazzo a mare e che al mare discende con i Bagni di Tiberio, è la sola costruzione marittima che lascia supporre che i romani, amanti di tuffarsi nelle acque del Tevere, usassero a Capri anche il bagno di mare.

Dopo la sua morte, gli storici Tacito, Svetonio e Dione Cassio delinearono un profilo dell’imperatore come di un uomo dissoluto e crudele, che in età avanzata, celato a ogni sguardo dall’aspra natura dell’isola, aveva infine dato sfogo alla sua natura perversa, commettendo gli eccessi più biasimevoli.

Stando alla testimonianza dei due scrittori romani, soprattutto nel suo lungo soggiorno a Capri, dove si trasferì nel 26 d.C., Tiberio si abbandonò a violenze e perversioni di ogni genere.

Sostiene Svetonio che Tiberio fece trasformare in accoglienti nidi di amore le grotte e altri luoghi boschivi tutt’intorno alla sua dimora, dove giovani travestiti da fauni e ninfe potessero incontrarsi. E fece costruire le “sellarie”, vere e proprie case dell’eros, e adornare la sua camera da letto con i dipinti e le sculture più oscene della scrittrice greca Elefantide. Nel suo ritiro di Capri fece anche arredare con divani un locale apposito quale sede delle sue libidini segrete; lì dentro, dopo essersi procurato in ogni dove greggi di ragazze e di invertiti, assieme a quegli inventori di accoppiamenti mostruosi che egli stesso aveva chiamato “spintrie”, li faceva unire in duplice catena, e li costringeva a prostituirsi tra loro in ogni modo, in sua presenza, allo scopo di rianimare, con il loro spettacolo, la sua virilità in declino.

Ancora oggi sulla bellissima isola che guarda Napoli si può visitare, oltre ai ruderi delle sontuose dimore dell’Imperatore, anche un precipizio chiamato “Salto di Tiberio” dal quale, racconta Svetonio, “dopo lunghe e raffinate torture, faceva precipitare in mare i condannati, davanti ai suoi occhi; un gruppo di marinai li aspettava in basso coi remi e con gli arpioni, e ne dilaniava i corpi, affinché non potesse più rimanervi il minimo residuo di vita”.

Che Tiberio Giulio Cesare, divenuto imperatore di Roma alla morte del padre adottivo Ottaviano Augusto, sia stato un governante meno che mediocre e un uomo pessimo è storicamente accertato, ma persino per una persona dall’anima nera come la sua, è difficile credere all’entità delle turpitudini che Tacito e Svetonio gli attribuirono, che infatti oggi vengono considerate, se non inventate, sicuramente ingigantite.

Dopo Tiberio Capri seguì il destino dell’impero Romano, iniziando un lungo periodo di isolamento che si interruppe definitivamente nel tardo 1.700 quando un nuovo autorevole visitatore la riscoprì. Era il Marchese De Sade, famoso letterato e filosofo Francese, attratto dalla bellezza dell’isola e dalla sua storia, affascinato dalle antiche decorazioni a carattere erotico ritrovate all’interno di una delle ville costruite da Tiberio, Villa Jovis, che entrerà a far parte di una sua novella: “Giulietta a Villa Jovis”.

Dal marchese De Sade cominciano a susseguirsi segnali internazionali sull’isola di Capri.

Una sequenza cinematografica brevis­sima mostra lo scrittore russo Maksim Gorkij, in una fredda Capri invernale mentre esce da un edificio. Guarda verso l’obiettivo che lo ha sorpreso, poi si affretta a coprire il viso col cappello. Pa­ura che una spia zarista sia in agguato per cat­turarlo con la cinepresa? Siamo nel 1907 e Capri era di­ventata la roccaforte dei bolscevichi dopo il fallimento della rivoluzione russa del 1905. I timori di Gorkij non erano esagerati. Alla mo­glie scriveva: “A Capri vivo in assedio, le spie qui intorno sono più numerose delle zanzare”. Era un uomo che si nutriva di timori, conti­nuamente in allerta.

La figura di Gor'kij all'inizio del Novecento è molto popolare in Italia come scrittore di fama internazionale, tradotto in molte lingue; ma non è solo come scrittore che viene accolto, è un simbolo della lotta dell'intelligencija contro il potere zarista, è il rappresentante della coscienza rivoluzionaria russa, è un fuoriuscito politico. A Capri giunge accompagnato dalla sua compagna, la famosa attrice Marija Andreeva, e dal segretario Nikolaj Burenin il 2 novembre 1906 a bordo del piroscafo Mafalda e si stabilisce all'Hotel Quisisana. Il 22 novembre la coppia lascia il lussuoso albergo Quisisana – di proprietà del sindaco – per stabilirsi nella Villa Blaeseus (oggi hotel Villa Krupp con una splendida vista sui faraglioni) della famiglia Settanni, "ovvero più semplicemente in una piccola casetta con tre finestrelle sulla montagna presso Marina Piccola".

A Capri Gor'kij insieda la scuola di partito, laboratorio politico-culturale per operai e intellettuali cacciati o fuggiti dalla Russia dopo il fallimento dei primi moti rivoluzionari. Nella scuola diversi sono gli insegnamenti: economia politica, teoria e storia del movimento sindacale, storia dell'Internazionale, della socialdemocrazia, della Russia e della letteratura russa, rapporti tra Stato e Chiesa, questiona agraria, ecc.; vi si svolgono esercitazioni pratiche di lavoro di partito, conversazioni e dibattiti sulle pubblicazioni più interessanti della stampa socialista europea.


Volti della Russia e della futura rivoluzione (Bogdanov, Lenin, Lunačarskij, Bazarov), personalità della letteratura coeva (Bunin, Tichonov, Andreev) e dell'arte (Šaljapin) si succedono a Capri ospiti della coppia.

Nel marzo 1909 Gor'kij e il suo entourage si trasferiscono nella più spaziosa Villa Ercolano, nota anche con il nome di Villa Spinola o Villa Behring, di proprietà del famoso premio Nobel per la medicina Emil Behring, conosciuta anche come la "Casa rossa", per il colore dei suoi mattoni, in cui vive fino al febbraio 1911, quando cambia ancora dimora, andando a vivere presso "Villa Pierina", elegante costruzione posizionata nel versante meridionale dell'isola, in Via Mulo.

Anche in questo caso Gor'kij crea all'interno della sua abitazione un centro di accoglienza per gli esuli russi, tra i quali Ivan Bunin e Leonid Andreev. Nel 1913 con la fine del suo esilio, voluto dal governo imperiale, lo scrittore lascia l'isola e fa ritorno in Russia.

E se dopo una rinfrescante granita al limone, sorseggiata passeggiando per i giardini di Augusto avrete ancora voglia di passeggiare tra i panorami naturali dell’Isola, val la pena raggiungere l'Arco Naturale: una strepitosa scultura naturale di età paleolitica. Tutto ciò che si ammira oggi è quello che resta di un’antica cavità carsica modellata dall’azione erosiva degli agenti atmosferici che hanno scavato nella roccia a picco sul mare, una monumentale opera d'arte della natura che si trova in mezzo ad una folta pineta che dischiude la vista del mare e ne fa uno dei posti più suggestivi di Capri.

Il contrasto tra la macchia mediterranea e il blu del mare  è uno scenario da favola assolutamente imperdibile. La vista che si può godere dalla piazzetta retrostante è quella della Penisola Sorrentina, in particolar modo si vede Punta Campanella, e gli isolotti che compongono l'arcipelago de Li Galli, composto di tre

isolotti nel Mar Mediterraneo che spiccano in mezzo alle acque limpide dal colore blu cobalto tra la costa sorrentina e la città di Positano.

Sono denominati Gallo Lungo, Rotonda e Castelletto. Considerate già nel I sec. a.C  dalto storico e geografo greco Strabone la mistica sede delle Sirene ammaliatrici. Nell’antica arte greca arcaica, infatti, queste divinità erano rappresentate per metà donna e metà uccello, da cui deriva il nome di Li Galli.

Le astute Sirene stregavano i naviganti con un canto ammaliante ed irresistibilmente ricco di melodia e sapevano incantare ed ipnotizzare con dolci parole il cuore e l’intelletto dei malcapitati marinai, che beatamente si lasciavano sedurre da loro naufragando contro gli scogli. Secondo l’antica leggenda narrata da Omero, proprio in queste acque blu di questo mare d’ incontrastata bellezza le Sirene tentarono di attirare Ulisse nella loro trappola.

La veduta ripaga il turista della lunga camminata che deve fare per raggiungerlo.