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Schiavitù, minacce e umiliazioni: il caporalato nel 2017

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di MARCO SPAGNUOLO

Reclutati da caporali e costretti a lavorare per più di dieci ore al giorni, invece delle sei ore e trenta minuti dichiarati in busta paga (a volte anche dalle 3 del mattino a mezzanotte). Ma anche obbligati a versare loro 10 euro a testa, per “rimborso spese carburante”.


Per la Procura di Brindisi si tratta di una vera e propria tangente, e ha portato a termine l’indagine con l’arresto di Anna Maria Iaia (cinquant'anni, di San Vito dei Normanni), dipendente dell'azienda accusata di essere ai vertici di una vera e propria associazione per delinquere finalizzata allo sfruttamento. Ai domiciliari sono finiti invece Giuseppe Bello (quarantanove anni, di San Michele Salentino) e Anna Errico (settantatre anni), rispettivamente autista e madre della presunta caporale. Nel registro del pm è iscritto anche il titolare dell'azienda, Francesco Semerano (cinquantaquattro anni, di Ostuni).
Questo è il secondo blitz anti-caporalato nel Brindisino. Il 19 giugno sono finite in manette altre quattro persone accusate di intermediazione illecita. "Due colpi significativi messi a
segno in così pochi giorni sono il frutto di un impegno e un lavoro investigativo che viene ripagato e che, mi auguro, riceva il plauso e il sostegno di tutta la comunità brindisina", commenta il prefetto di Brindisi, Valerio Valenti. "Il lavoro delle forze dell'ordine brindisine che operano in stretto raccordo  corrisponde esattamente a quanto ci è stato chiesto dal Capo dello Stato - aggiunge il prefetto - il quale ha più volte rimarcato l'importanza dell'approvazione della legge che punisce severamente l'odiosa pratica del caporalato, invitando tutti, istituzioni, imprese, società civile a vigilare nell'applicazione delle norme e soprattutto cercare di prevenire il fenomeno".
"Qualche volta, quando dovevamo fare più tardi del solito, la signora Iaia Anna Maria ci faceva capire che c'era ancora molto da fare. Dopo avere avvisato telefonicamente i miei familiari, quella sera sono rientrata a casa alle 24. Il giorno successivo, poiché ero stanca e stremata, non sono riuscita a svegliarmi alle 3 per recarmi nuovamente al lavoro".

Oltre le condizioni schiavistiche del contratto e del lavoro, anche minacce e insulti, oltre che offese sessuali e di genere: "Zoccola... puttana, fai veloce che stasera è tardi sennò facciamo notte". Erano queste le modalità con cui l'autista Giuseppe Bello si rivolgeva alle braccianti, censurate dal gip Paola Liaci. Parole che fanno il paio con quelle intercettate nel blitz che ha portato ai primi quattro arresti: "Femmine, mule e capre tutte con la stessa testa", diceva un caporale in una delle intercettazioni captate dagli inquirenti.

Secondo la documentazione sequestrata dai militari, le braccianti venivano costrette a lavorare anche la domenica, sette giorni su sette, e firmare carte false: infatti, le donne dichiaravano all'Inps un numero superiore di giornate lavorative, al fine di percepire l'indennità di disoccupazione. Parte della indennità stessa veniva versata alla caporale, che pretendeva di essere riconosciuta come una benefattrice: "Tu non capisci un cazzo di quante giornate hai fatto", dice a una delle braccianti in una conversazione telefonica. "Quando ti arriva la disoccupazione un bacio in fronte mi devi dare, hai capito? Un bacio in fronte".