Il SudEst

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La colonna infame

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di LAURA FANO

 

In un caldo pomeriggio di questo giugno torrido, passeggiando per il centro storico della città di Bari,

 

 

rinfrescata dalla brezza odorosa del mare, mi sono imbattuta in un leone.

E non trattasi di una belva feroce scappata via da un qualche giardino zoologico, ma di un leone di pietra accovacciato alla base di una colonna di marmo bianco sormontata da una sfera,  che al petto porta la scritta Custos Iusticiae, custode della giustizia, appunto.

E’ la famigerata “Colonna della Giustizia”, che sorge in piazza Mercantile, proprio accanto al Palazzo del Sedile, oggi luogo d’ intrattenimento di audaci bambini e di curiosi turisti stranieri che amano fotografarsi in groppa al leone, verosimilmente ignari della storia e la funzione di quelle pietre.

Un tempo a Bari i debitori insolventi, bancarottieri e falliti, erano puniti in un modo del tutto insolito: anziché andare dritti alla gogna, come succedeva altrove, venivano legati alla Colonna della Giustizia ed “esposti al pubblico”. Non è difficile quindi capire il perché la colonna, che tuttora possiamo vedere in centro a Bari Vecchia, porti questo nome, anche se molto più spesso viene identificata come Colonna Infame. Secondo alcuni studiosi, la colonna risale a metà Cinquecento e fu fatta erigere per volontà di Pietro di Toledo, il viceré spagnolo, che emanò un decreto per rendere meno dura la pena della berlina. La colonna rappresentava quindi una sorta di gogna cittadina, ma evidentemente molto meno dura: i condannati venivano fatti sedere a cavallo del leone col sedere all’aria e le mani legate alle colonna.

Con un sogghigno provocatorio, mi verrebbe voglia di dire che tutti i politici millantatori e inconcludenti, così come i manager pubblici meriterebbero questa sorte.

La Colonna barese, però si badi, non fu la sola nel corso della storia.  Per risalire alle origini della colonna infame si deve arrivare alla Roma degli avi, alla cosiddetta Pietra del vituperio che sostituì una legge delle XII Tavole sulla riscossione dei crediti. Alla metà del secolo I nacque anche la cerimonia della Lapis scandali (di qui la nota espressione “essere la pietra dello scandalo”) prima a Roma davanti al Campidoglio e poi diffusa nei vari fori della città dell’Impero. Si trattava di un macigno sul quale erano costretti a sedere i debitori che avevano mancato ai loro impegni di restituzione e, in modo che li sentissero tutti i presenti, obbligati a gridare la formula rituale “Cedo bona”: si alzavano e si sedevano impetuosamente sul masso per tre volte di seguito ripetendo la stessa formula.

Cicerone in Pro Quinctio, scriveva: “… mentre è ancora in vita, è davanti ai suoi occhi che gli si fa il più crudele dei funerali, se funerale si può ritenere quello al quale partecipano non già gli amici per rendere solenni le esequie, ma i compratori dei suoi beni riuniti come carnefici per lacerare in tanti pezzi quel che resta della sua esistenza”

Gli insolventi, penitenti, così erano spogliati di ogni avere, compresi i vestiti, per cui erano costretti simbolicamente a schiantarsi sulla pietra con le natiche nude. In alcune città, addirittura, erano prima sollevati da una fune e poi lasciati cadere a corpo morto sulla pietra della dolenza, perciò detta anche “acculata”.

Era una pratica molto comune, pare che anche personaggi a noi molto noti come Niccolò Macchiavelli fosse stato costretto a subirla sfoggiando le pudenda e percuotendo il proprio fondoschiena a pelle sul masso: ostendendo pudenda, et percutiendo lapidem culo nudo.

Le lapidi più note sono quella di Firenze, ove era in uso anche la “pittura infamante”, vicino al cinghiale portafortuna nella Loggia del Mercato Nuovo, nella Piazza Grande di Modena; la lapis magnum di Rimini, sotto i portici del Palazzo dell’Arengo, quella di Asti, il blocco di granito nero a Milano a piazza dei Mercanti e, ovviamente quella di Bari su cui i condannati, incatenati al cippo, erano messi a cavalcioni.

In alcune città, annunciato da un sonoro squillo di tromba che invitava il pubblico ad assistere allo spettacolo, all’inottemperante scalzo o nudo, si facevano compiere vari giri della piazza.

A Napoli, chi percorreva la strada dei Tribunali non poteva non notare un’altra colonna romana di spoglio, posta su una base quadrata di pietra scura: la Colonna della Vicaria, diventata sala mortuaria, per così dire, della Napoli Spagnola.

La memoria di quest’ usanza giuridica si trova ancora in alcuni modi di dire, apparentemente senza senso, che sebbene abbiano smarrito il loro significato, di certo non hanno perso smalto.

“Con una mano avanti e l’altra dietro”, forse è il detto più conosciuto che, tradotto in napoletano e per esteso recita: “ Cu ‘na mana annanze e ‘n’ata arreto, ha mmustato ‘o cul’ ‘a culonna, “con una mano avanti e l’atra dietro, ha mostrato il culo alla colonna”.

Ce ne sono molti altri, più o meno tipici, come l’imprecazione di disappunto mannaggia alla colonna o, ancora, l’espressione usata a Procida mett’re ‘u cul ‘a marmula. O ancora  il detto “essere con il culo per terra” oppure “essere con il sedere all’aria”, frequentemente usata ancora oggi per indicare chi ha problemi finanziari. Un altro detto napoletano recita appusa’ ‘o culo ‘a culonna. Insomma questa colonna dell’umiliazione, spesso citata nella vulgata in senso metaforico è sempre quell’attrezzo scellerato simbolo di dolenza per la vittima e di derisione per la platea che assisteva alle tragedie punitive, non mancando di lanciare oggetti sui colpevoli posteriori al vento.

Chissà a quanti politici e amministratori della res publica all’epoca avrebbero calato i pantaloni dopo averli legati alla colonna infame. Non so a voi, ma a me l’idea di vedere generalissimi, luogotenenti e galoppini delle amministrazioni degli ultimi decenni col deretano nudo e schernito dal popolo, fa sorridere più della gogna mediatica.