Il SudEst

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Il dialetto di Gulì

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di LAURA FANO

Da Pascoli a Camileri la lingua dell’essere italiani

 

 

“ A Gulì, a iô comprè la cadnina, e cularìn no, perché e’ gusteva doppi dquel che gosta a Livorno. La cadnina l’è blina”.

E’ stato Gulì, il cane, a mettermi sulla traccia del dialetto romagnolo nel Pascoli. Sfogliando Lungo la vita di Giovanni Pascoli, il libro di Mariù, mi sono accorta di certe lettere in cui, parlando di Gulì o rivolgendosi a lui direttamente, usa il dialetto.

Chi comincia a leggere il libro di Mariù s’imbatte presto in una frase in dialetto: “La Margherita la è a lett; la sta mel!”. Chi esclama è Mariù stessa, sorella di Zvanì, una bambina di pochi anni. Dove imparano il dialetto Giovanni e Maria Pascoli? Lo imparano a casa o per le strade? La famiglia Pascoli era una delle prime famiglie di San Mauro, Ruggiero frequentò il collegio ed ebbe “buona e sana educazione”. La madre proveniva da una delle migliori famiglie di Sogliano, ed è fuori dubbio che la lingua italiana era patrimonio di entrambe le famiglie. Eppure i figli, avviati dignitosamente agli studi,  usavano il dialetto per le loro affettuose confidenze. La lingua italiana nutriva il blasone di rispettabilità e cultura, ma non impediva l’uso anche quotidiano del dialetto in famiglia, con la gente del popolo e con i contadini.

“Il contadino che parla il suo dialetto è padrone di tutta la sua realtà”. Così scriveva Pier Paolo Pasolini in Dialetto e poesia popolare. Lui dava importanza alla vita vera delle persone, alle loro emozioni, rabbie, ai loro progetti e desideri e vedeva nel dialetto l’ultima sopravvivenza di ciò che ancora è puro e incontaminato e che, come tale doveva essere “protetto”.

Camilleri ha ripercorso con successo il disegno di Pasolini, mescolando il dialetto siciliano all’aulico italiano.  Il grande schermo è pieno di pellicole che oscillano tra il genovese di Gilberto Govi e il siciliano stretto di  Luchino Visconti. Lo stesso Fabrizi bisticcia in romanesco con la fruttarola Anna Magnani. E se Totò per colpa di un diavolo veneto fa il Giro d’Italia, agli italiani gli girano quando incontrano qualcuno che parla un idioma diverso. Come accade in Napoletani a Milano di Eduardo De Filippo, seguito da I milanesi a Napoli con Ugo Tognazzi.  Eppure, come diceva Aldo Fabrizi in Vita da cani per accaparrarsi le simpatie del pubblico “Siamo tutti italiani”.

L’Italia è una Babele di dialetti; e se è vero che l'uso della lingua italiana cresce progressivamente, muta e assimila parole straniere, sforna neologismi e accomoda le parole alla modernità, è anche vero che più della metà dei residenti nelle venti regioni italiane fra le mura domestiche preferisce le espressioni locali, la lingua dei padri e dei nonni.

Conoscere il dialetto è possedere lo strumento per capire il mondo da cui siamo venuti e in cui siamo ancora immersi, non per limitare il nostro orizzonte, ma al contrario, per collocare i fatti della nostra storia particolare nel quadro più ampio della storia e della cultura nazionale ed europea che è fatta di tanti contributi particolari che lentamente si sono aggregati e stanno ancora aggregandosi. Così scriveva nel 1979 Tullio De Mauro in Lingua e Dialetti.

La globalizzazione culturale tenta di appiattire e uniformare il linguaggio in nome della necessità della comunicazione globale e schiaccia i dialetti, espressione viva e sintesi efficace dell’esistenza di un popolo. Già, perché il dialetto non spreca mai le parole. Le centellina sulla base dell’utilità e soprattutto non conosce volgarità, se non appunto quando è utile a rafforzare il concetto che si vuole esprimere.

I proverbi e i detti hanno sempre fatto parte della vita dei popoli: utili come i bigini a scuola, in quanto sintesi perfetta dell’esperienza di vita, e indossati dalla comunità, con l’eleganza del vestito su misura, quando espressi in dialetto.

Per difendere il poeta Salvatore Di Giacomo, imputato da certa critica di usare il vernacolo, scese in campo un pezzo da novanta, il suo amico filosofo Benedetto Croce: “Che significa contestare i diritti della poesia dialettale? Come si può impedire il comporre e poetare in dialetto? Molta parte dell’anima nostra è dialetto, come tanta altra parte è fatta di greco, latino, tedesco, francese o di antico linguaggio italiano”.

Esistono lingue del fare, cioè pragmatiche, e lingue dell’essere, quelle della propria identità, del pensiero profondo, dell’espressione di emozioni. L’inglese oggi nel mondo è una lingua del fare, della cui correttezza formale e della cui ricchezza lessicale non interessa niente a nessuno; l’italiano è lingua del fare in Italia, e per molti italiani è anche lingua dell’essere, ma ce ne sono altrettanti per i quali il dialetto è la vera lingua dell’essere. E perdere un mezzo di espressione di pensiero e sentimento è una sconfitta, una perdita per tutti, specie oggi nello spazio etereo in cui la lingua non ha più odori e confini.

Non vergogniamoci allora della lingua delle origini e smettiamo di considerare il dialetto come una lingua minore o, peggio ancora, morta; piuttosto diamoci da fare per recuperare e mantenere ogni forma di parlata locale che racconta la nostra storia. Dopotutto, la parola dialetto proviene dal greco dià-lektos, cioè da dialègomai che vuol dire discorro, converso, discuto e colloquio.

Non dimentichiamo quanto lo stesso Giovanni Pascoli scrive nella celebre prefazione a Fior da fiore, diretta ai bambini: “…Qualunque sia la vostra regione e il vostro dialetto e la vostra condizione, tutte quelle parole così particolari e vivaci, anche se voi le sapete ora, le dimenticherete col tempo. Vi insegnerà a lasciarle da parte, tali parole troppo vive, per usare soltanto certe parole troppo generiche, smorte e opache; così come la contadinella che rincivilisce, lascia le pezzuole rosse e si veste di grigio. Ahimè! La lingua grigia si presta poco all’arte!”.