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A Bari, di scena il “Far West”

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di NICO CATALANO

Lunedì scorso il “Far West” è andato nuovamente e pericolosamente in scena a Bari per strade del quartiere Japigia;

un agguato di morte è avvenuto nel tratto compreso tra via Peucetia e via dei caduti Partigiani, quando intorno alle 20,30 alcuni sicari armati con pistole semiautomatiche e l’ausilio di una mitraglietta hanno esploso ben 36 bossoli, una tale potenza di fuoco che ha ucciso sul colpo Giuseppe Gelao, 39enne con diversi precedenti penali alle spalle e ferito gravemente Antonino Palermiti, di 29 anni, colpito da diverse pallottole al torace, all'addome, ad una gamba, persino ad uno zigomo.

Palermiti che si trova attualmente al policlinico di Bari, in condizioni di salute abbastanza critiche dopo essere stato sottoposto nei  giorni scorsi a ben due delicati interventi chirurgici, è il nipote diretto del boss Eugenio Palermiti, ex braccio destro del capoclan del rione, il pluripregiudicato Savino Parisi.

Proprio questa è la pista maggiormente battuta dagli investigatori della squadra mobile al momento, cioè quella che porta ad una spaccatura interna al clan Parisi, che ha portato ad un agguato, a quanto pare effettuato in risposta  all'omicidio di quel Franco Barbieri, conosciuto con il nome di "Franchin"  avvenuto nello stesso quartiere Japigia il feudo storico dei Parisi il 17 gennaio scorso quando lo stesso Barbieri fu crivellato di colpi mentre era a bordo della sua  Fiat Freemont nei pressi del Palaflorio, quindi secondo le forze dell’ordine, con Savino Parisi in carcere, sarebbe in atto una faida tutta interna al suo clan tra i vari sottogruppi finalizzata alla supremazia per controllo del traffico di sostanze stupefacenti in vaste aree periferiche del capoluogo pugliese.

Già le periferie baresi, luoghi che come tutti i quartieri periferici delle nostre metropoli maggiormente risentono degli effetti della crisi e delle politiche di austerità, dove i servizi sono scarsi o inesistenti e vivere con una pensione è impresa eroica, posti in cui la disoccupazione è alle stelle e un lavoro precario, nero, senza sicurezze spesso è un lusso, dove non esiste nessun centro di aggregazione giovanile e i modelli per i ragazzi sono quelli globalizzati dai media o peggio ancora quelli più violenti e criminali che apprendono nelle strade fino ad arrivare come è accaduto qualche giorno fa, quando un diciassettenne armato di una pistola scacciacani, ha fatto irruzione in una scuola superiore barese durante lo svolgimento delle lezioni per sferrare alcuni colpi all’indirizzo di un suo coetaneo, scatenando il panico tra i docenti e gli studenti increduli.

Interi territori che dalle varie istituzioni aspettano invano da anni non solo una riqualificazione architettonica, peraltro ad oggi avvenuta solo tramite futili slogan o qualche plastico esposto nelle vetrine del salotto buono della città ma soprattutto una riqualificazione sociale ed economica del tessuto di queste comunità, illuse da una primavera pugliese durata dieci anni a cui è seguito solo un grigio e lungo inverno rappresentato da quelle espressioni colorate visibili nei cieli di questi posti, quei caratteristici fuochi d'artificio esplosi di tanto in tanto per festeggiare una scarcerazione eccellente, il compleanno del nipote del boss, il matrimonio della figlia di una persona “importante”  o peggio quando l'oggetto di tali festeggiamenti è un agguato mortale ai danni di un clan rivale andato a buon fine.

Una forma di pressione sociale, tutta barese, una forma di controllo e di demarcazione territoriale che avviene tra l’omertà dei tanti sfruttando il disagio e spesso la disperazione tipica di questi luoghi in cui di famiglie non arrivano a fine mese;

fenomeni sconcertanti purtroppo facilitati sia a causa della totale assenza di serie politiche culturali e di accesso ai saperi per le giovani generazioni ma anche per la mancanza di ogni forma di presidio istituzionale sul territorio, a tal proposito sarebbe forse il caso che le forze politiche, specialmente quelle di sinistra lasciassero le “chiuse” stanze delle federazioni e i lussuosi saloni degli hotel del centro della città per ritornare a fare politica nelle periferie, tra quella gente che non ha bisogno di politiche improntate sulla repressione o delle solite promesse ma di segni concreti, di un vero e proprio sostegno ai modelli alternativi a quelli rappresentati dalla criminalità organizzata, cominciando a  riappropriarsi dei beni comuni rappresentati da quelle piazze e quelle strade periferiche.