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Home Ambiente Ambiente Ginosa: Braccianti romeni ridotti in schiavitù, Italiani brava gente?

Ginosa: Braccianti romeni ridotti in schiavitù, Italiani brava gente?

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di NICO CATALANO

Hanno vissuto segregati per circa tre mesi in un casolare nelle campagne di Ginosa in provincia di Taranto,

senza avere possibilità di comunicare con l'esterno, in assenza delle minime condizioni igieniche tra i rifiuti, gli scarafaggi ed i topi, ora dopo una denuncia della FLAI CGIL si trovano presso una struttura protetta, tratti in salvo dall’intervento delle forze dell’ordine che hanno anche arrestato i loro aguzzini.

E’ la storia di cinque braccianti di nazionalità romena, tre uomini e due donne, coattivamente isolati in una masseria fatiscente, priva di infissi e dei servizi igienici, senza energia elettrica ed acqua corrente, un rudere annesso ad un porcilaia con tanto di letame, fetore e bestie; già perché in questa società dei consumi e dei media, per quell’agricoltura industriale, intensiva, non sostenibile per l’ambiente e l’umanità che ha soppiantato la tradizionale agricoltura contadina, la differenza tra uomini e bestie spesso non esiste, ì tempi e i dettami imposti dalla grande distribuzione organizzata e dalle multinazionali della chimica, dei pesticidi e dell’agroalimentare non ammettono questa distinzione, bestie e uomini sono uguali e sacrificati al pari dell’ecologia sugli altari del profitto, delle azioni in borsa e della finanza.

Quella di questi lavoratori è una delle tante storie della Puglia di oggi, già la Puglia del mare da favola, dei bellissimi resort Salentini, dei trulli, della pizzica, della notte della Taranta, dei tanti scrittori, degli eventi culturali, del buon cibo esportato ed apprezzato in tutto il mondo, storie di scene quotidiane che si ripetono da anni,  come quella di  Mohamed Abdullah il bracciante Sudanese morto di stenti e di sete due estati fa mentre raccoglieva i pomodori nelle campagne di Nardò in provincia di Lecce.

Storie della California d’Italia come spesso viene chiamata dagli “americanofili” la nostra regione, ogni California ha i suoi “Xicanos” o meglio “Chicanos” i lavoratori provenienti dal quel sud del mondo violentato e depredato dall’occidente ricco: rifugiati, profughi, lavoratori migranti spesso clandestini non per loro volontà, gente che scappa dalle guerre, miserie e carestie, tutti fenomeni che attanagliano i loro Paesi d’origine e che hanno causa nella bulimia di consumi sfrenati del mondo occidentale, vittime della nostra opulenza, di quella voglia di chiedere più di quello che produciamo, della nostra pretesa di vivere ben al di sopra delle possibilità del pianeta, che ci porta a sfruttare questi lavoratori nelle nostre campagne senza assunzioni, contratti e tutele appunto come “bestie” da soma.

Come accade ogni giorno per i Chicanos Californiani, anche in Puglia all’alba, così come avviene per tanti altri, questi braccianti venivano prelevati dal rudere in cui vivevano, trasportati come “animali” in campagna, per raccogliere il prodotto e portarlo in un freddo e grigio capannone, dove lavoravano fino alle 21,00 di sera, tutti i giorni, senza pause e senza soste anche con il gelo, la neve, la pioggia, perennemente in condizioni critiche ed in violazione del rispetto verso le norme di sicurezza sul lavoro, tutto questo per una paga di circa 150 euro alla settimana.

Schiavi e resi invisibili perché i loro documenti, erano stati  trattenuti dal “datore di lavoro” secondo una prassi illegale consueta, addirittura sembra che qualche mese fa una donna presente nel gruppo di braccianti, dopo essersi sentita male a causa dello sfinimento dovuto alle pessime condizioni di lavoro, era stata portata in ospedale in fin di vita e lasciata lì senza documenti proprio come una bestia, tra l’omertà e la connivenza dei tanti, compresa quella di convenienza delle molte Istituzioni. Istituzioni locali, regionali e nazionali spesso silenti o poco incisive nel fermare questo vergognoso fenomeno, troppi inconvenienti nel farlo, troppi interessi in gioco, forse troppi voti in bilico, sicuramente questo impegno è chiedere troppo per l’attuale classe politica, dimostrazione di tutto ciò è quella Legge contro il caporalato approvata in Parlamento qualche mese fa, sicuramente un passo avanti ma se non sarà accompagnato da una serie di azioni concrete per eliminare le vere cause del fenomeno, questo provvedimento legislativo senza peraltro incidere granchè rimarrà solo una misura vessatoria e punitiva per gli anelli deboli della filiera agricola: i coltivatori strozzati dalla grande distribuzione organizzata multinazionale e i lavoratori sfruttati dai caporali.

Ed intanto passano gli anni, le stagioni si succedono così come le coltivazioni e i frutti prodotti si susseguono, innumerevoli specie e varietà di ortaggi, agrumi, grappoli e drupe che arrivano sulle nostre tavole sempre più con il sapore amaro della schiavitù.

Foto: La Gazzetta del Mezzogiorno