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"Gente di Razza": nuova pubblicazione di Josè Mottola

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di GIUSEPPE BASILE

E’ da pochi giorni in libreria un nuovo volume di José Mottola, avvocato lavorista con la passione per le ricerche storiche; si intitola “Gente di razza: così parlò Nicola Pende, tutore della stirpe e pupillo dei gesuiti” (Foggia: Bastogi, 161 p., € 13,00) e si occupa di una delle figure pugliesi più emblematiche e controverse del secolo scorso.



Endocrinologo e clinico di fama internazionale, fondatore dell’università di Bari nel 1925, senatore dal 1933 e rettore dell’Accademia della Gioventù Italiana del Littorio dal 1940, scrittore instancabile e cattolicissimo, Nicola Pende (Noicattaro, Bari 1880-Roma 1970) fu accusato di attività fascista e razzista e, in particolare, di aver firmato il Manifesto della razza nel 1938; tuttavia, egli uscì indenne dai processi di epurazione avviati dagli Alleati e chiusi da De Gasperi.

Nel libro l’autore dimostra che Pende non firmò il Manifesto della razza – battistrada propagandistico della persecuzione razziale fascista -, ma svela il perché di quella mancata firma e allarga l’indagine a 360 gradi. In verità, Pende prese le distanze dal Manifesto - sia pure con discrezione e senza irritare il Duce che ne era stato l’ispiratore per ragioni tattiche di politica interna ed estera -, poiché egli contrastava il razzismo esclusivamente biologico di stampo “ariano-tedesco”, valorizzato da quel proclama pseudo-scientifico e fondato su elementi esclusivamente genetici. Pende esaltando la “razza romana-italica” in forza di una visione biologico-spirituale-nazionale di tipo “sintetico-dinamico-evolutivo”, scartò l’idea statica e aprioristica di superiorità o inferiorità delle razze, eccezion fatta per quelle “negre” e incivili. Conseguentemente, egli sostenne in sede scientifica l’altissimo livello morale, intellettuale e biologico della stirpe italica, nata da una “felice miscela” culturale e biologica ereditata dai Romani e compatibile col cattolicesimo predicante la conversione come mezzo di riscatto di ebrei e altri non cristiani; soltanto per quanto riguarda i popoli primitivi, in effetti, Pende aderì ad una teoria puramente biologistica.

Josè Mottola non ha avuto l’intento di scrivere una biografia di Pende ma di ricostruire il percorso dell’attività scientifico-politica.

Analizzando i testi e i documenti archivistici disponibili, l’autore approda a conclusioni chiare e storicamente ineccepibili. Nell’esaminare le opere dello scienziato pugliese, Mottola evita di isolare alcuni brani dei suoi scritti dal loro contesto d’intelligibilità minima e di trascurare il suo ampio florilegio in materia di “difesa della razza”.

Secondo lo studioso nocese, Nicola Pende, rinomato esponente della scuola medica costituzionalistica, operò contro il principio di eguaglianza umana in quattro modi. Innanzitutto, sotto l’aspetto etnico, con l’”eugenica matrimoniale” alla base del divieto di unioni miste sancito dalle disposizioni razziali fasciste del 1938; con l’invocazione dell’“epurazione della razza romana-italica da elementi razziali eterogenei”; con l’antisemitismo evidenziato dalla sua metafora del “male” di “più di mille ebrei messi insieme” e dalla sua apologia delle “leggi antisemitiche”, sul presupposto che “pochi semiti bastano ad inquinare tutta la vita spirituale di una nazione”; con il disprezzo di “negri” e popoli non civili, ritenuti inferiori sotto il profilo biologico. In secondo luogo, sotto l’aspetto di genere, con la discriminazione netta verso la donna, destinata solo alla riproduzione perché “la donna è tutta nella sessualità: così vogliono gli ormoni”. In terzo luogo, sotto il profilo religioso, con il fondamentalismo dogmatico secondo cui “la civiltà o è cristiana o non è civiltà” e i non cristiani sono “animali appena più evoluti”. Infine, Pende combatté l’eguaglianza umana sotto il profilo politico-sociale, con l’analogia organicistica tra essere vivente e Stato fascista come suo mirabile specchio; con la teoria della predestinazione “biotipologica” del ruolo dell’individuo nella società, in spregio del trinomio liberté-égalité-fraternité, secondo lui caduto sotto “il colpo forse decisivo del regime fascista”; con la proposta di selezionare una classe dirigente come “stato maggiore biologico della nazione”; con l’impegno per l’istituzione di classi differenziali e lavoro obbligatorio di stampo nazista nella “scuola fascista imperiale” e degli “internati correzionali” per “delinquenti precoci”.

Queste conclusioni, derivanti dall’analisi di brani di opere di Pende riportati nel libro con gli opportuni commenti, sono corroborate da lettere ed altri documenti consultati nell’Archivio Storico del Senato della Repubblica e nell’Archivio Centrale dello Stato.

Dunque, Pende non firmò il Manifesto della razza, strumento di legittimazione pseudo-scientifica delle persecuzioni razziali e antisemite del regime fascista. Egli fece altro: righe scritte di suo pugno il 18 ottobre del 1938, provano che egli rivendicò di fronte al Duce la paternità dei princìpi di eugenica matrimoniale fatti propri dal Gran Consiglio del Fascismo e confluiti nelle leggi razziali successive, da lui giudicate positivamente soprattutto per quanto riguarda il divieto di matrimonio degli italici con neri, ebrei, arabi, stranieri, eccetera.

Il celebre cattedratico pugliese - come quasi tutti i suoi colleghi e i titolari di alte cariche sotto il fascismo -, evitò l’epurazione avviata dagli Alleati e proseguita nel nuovo Stato democratico in un clima influenzato dall’amnistia togliattiana e dalla volontà pacificatrice derivante anche dal numero ingente delle persone a vari livelli compromesse col fascismo

In cattedra fino al 1955, Pende fu insignito della Medaglia d’oro della Sanità pubblica dal terzo governo Fanfani nel 1961. Riverito dalle istituzioni repubblicane, morì novantenne nel 1970.

Il volume è stato presentato a Bari il 9 dicembre presso la Libreria Roma, sita in piazza Moro. Con José Mottola sono intervenuti Vito Antonio Leuzzi, direttore dell’IPSAIC (Istituto pugliese per la storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea), e Nicola Magrone, magistrato, autori della prefazione e della postfazione.